Immagini per la storia dell'arte

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Mar 3
Palazzo Bianco
Il Palazzo venne eretto fra il 1530 e il 1540 per Luca Grimaldi, passò poi alla famiglia De Franchi e infine a Maria Durazzo Brignole-Sale. Nel 1712 Giacomo Viano avviò la completa ricostruzione dell’edificio che da allora prese il nome di Bianco per distinguerlo dall’antistante Palazzo Rosso. Nel 1884 Maria Brignole-Sale De Ferrari, duchessa di Galliera, assegnò per testamento al Comune il Palazzo Bianco, unitamente a un notevole nucleo di opere antiche e moderne. Dal 1950 è sede museale.

Palazzo Bianco

Il Palazzo venne eretto fra il 1530 e il 1540 per Luca Grimaldi, passò poi alla famiglia De Franchi e infine a Maria Durazzo Brignole-Sale. Nel 1712 Giacomo Viano avviò la completa ricostruzione dell’edificio che da allora prese il nome di Bianco per distinguerlo dall’antistante Palazzo Rosso. Nel 1884 Maria Brignole-Sale De Ferrari, duchessa di Galliera, assegnò per testamento al Comune il Palazzo Bianco, unitamente a un notevole nucleo di opere antiche e moderne. Dal 1950 è sede museale.

Mar 3
rogettato tra il 1671 e il 1677 da Pier Antonio Corradi per i fratelli Brignole Sale, il palazzo  ha una pianta a U, con due ali  unite da logge. Tra il 1679 e il 1694 Domenico Piola, Gregorio De Ferrari e Paolo Gerolamo Piola decorano a fresco l’ala di levante, mentre quella di ponente è opera di Gio. Andrea Carlone, Carlo Antonio Tavella e Bartolomeo Guidobono. La duchessa di Galliera nel gennaio 1874 donò Palazzo Rosso alla sua città. Dopo radicali restauri, è stato adibito a sede museale nel 1961. 

rogettato tra il 1671 e il 1677 da Pier Antonio Corradi per i fratelli Brignole Sale, il palazzo  ha una pianta a U, con due ali  unite da logge. Tra il 1679 e il 1694 Domenico Piola, Gregorio De Ferrari e Paolo Gerolamo Piola decorano a fresco l’ala di levante, mentre quella di ponente è opera di Gio. Andrea Carlone, Carlo Antonio Tavella e Bartolomeo Guidobono. La duchessa di Galliera nel gennaio 1874 donò Palazzo Rosso alla sua città. Dopo radicali restauri, è stato adibito a sede museale nel 1961. 

Mar 3

La basilica è dedicata a Santa Maria Assunta e fu progettata da Galeazzo Alessi; l’edificio si presenta imponente con decorazioni in pietra di Finale e si distingue per la forza architettonica e per lo stile francamente rinascimentale. Una pianta a croce greca, la cupola centrale, i suoi due campanili posti agli angoli del prospetto principale (sul progetto erano quattro per dare un’identica simmetria ad ogni lato dell’edificio), il rosso-giallo della facciata al posto del bianco-nero del gotico, le statue in marmo bianco,  le colonne e le decorazioni che adornano la porta già preannunciano il vicino avvento del barocco genovese. Varcato l’adito, il bianco uniforme degli interni amplifica la vastità dell’ambiente e la luce, giocando tra  gli imponenti piloni centrali, le lesene, i capitelli, le volte a botte, i cassettoni e le nicchie, esalta l’idea di una fede trionfale che si ricompone in una mistica sacralità solo nelle statue di San Sebastiano e di Alessandro Sauli, opere dello scultore marsigliese Pierre Paul Puget (1620 – 1694 sopranominato il Bernino della Francia). Particolari sono le ampie scale interne della cupola e quella, a chiocciola, del lanternino da cui si può ammirare l’intera città. Pregevoli sono, anche, i dipinti tra cui quelli di Domenico Piola, del Guercino, del Procaccini e, in particolare, la Pietà di Luca Cambiaso posta nel terzo altare, presso la tomba di Cristoforo Sauli. Sontuoso si presenta, poi, l’organo ligneo, uno fra i più significativi dell’arte organaria in Liguria, costruito negli anni 1656–60 dal fiammingo Willem Hermans.

Mar 3

A partire dalla seconda metà del Cinquecento i Genovesi videro nascere il tracciato di una via chiamata Strada Nuova : al suo atto di nascita era veramente nuova e non solo perché costruita in quegli anni, ma anche perché scaturiva da una concezione urbanistica totalmente innovativa, quasi rivoluzionaria rispetto alla tradizionale sistemazione dei percorsi urbani genovesi.
Strada Nuova cambiò il suo nome solo nel 1884, quando divenne Via Garibaldi in memoria dell’eroe dei due mondi, tanto celebrato nella città.
Da un elenco nobiliare genovese del 1576 emerge che i primi proprietari dei palazzi edificati in Strda Nuova sono fra i primi e più facoltosi notabili di sole quattro famiglie: Pallavicino, Spinola di Luccoli, Lomellini e Grimaldi.

Oltre agli interessi privati, la costruzione della strada palesa un desiderio da parte della nobiltà vecchia: affermare la potenza e il prestigio di livello europeo raggiunto nel giro di un secolo e mezzo e ritardare così l’avvento della nuova classe di governo.
Innovativa risulta la scelta del linguaggio urbanistico con cui esprimere la potenza raggiunta.
Non si scelgono più le ristrette vie del vecchio centro cittadino, ma si vuole costruire una strada “moderna”, sontuosa e soprattutto dritta.
Qui i nobili desiderano edificare un nuovo quartiere di lusso, ispirato al nuovo gusto rinascimentale.

La necessità di molto spazio per realizzare il grandioso programma spinge i progettisti a scegliere una delle poche zone urbane, comprese nelle mura, rimaste libere.

Per secoli, a partire dal Vasari, si è sostenuto che Strada Nuova sia nata su progetto di Gian Galeazzo Alessi; invece alla luce degli ultimi studi emerge che, per la progettazione e realizzazione della strada, figura chiave è Bernardino Cantone che collabora con altri architetti. L’opera propone un nuovo gusto per gli spazi aperti introdotto a Genova proprio dall’Alessi.
Dopo le prime sistemazioni della strada, si passa alla costruzione dei singoli palazzi, future dimore della più illustre nobiltà genovese.
Colpiscono, se si fa il confronto con le strade vicine, la larghezza del piano stradale e il percorso rettilineo e soprattutto l’armonia tra la strada e i palazzi, per quanto i palazzi siano stati realizzati da architetti diversi.
La larghezza della via è in rapporto all’altezza dei palazzi, tipicamente barocco l’amore per i giardini.

I palazzi di Strada Nuova sono in tutto tredici, dieci dei quali risalgono alla fine del Cinquecento, furono innalzati in pochi anni, quasi a gara con la costruzione della strada.
La fama internazionale di Via Garibaldi ha inizio con Pier Paolo Rubens che nel suo celebre volume su “I Palazzi di Genova” riprodusse i disegni, spaccati e piante di nove palazzi di questa strada.
A partire dal 1783 vi sfilava ogni anno il corteo di carnevale.
La via suscitò sempre l’ammirazione dei viaggiatori stranieri più illustri; Madame de Stael la definì “la strada dei re”, e simili apprezzamenti vennero elargiti da Dickens, Dumas,Mark Twain, Flaubert e altri.

Feb 9

Roma  e il suo sviluppo

Feb 9

Il Colle del palatino dopo Nerone

Feb 9

Foro di Augusto

Feb 9

Villa di Adriano a Tivoli

Feb 9

Circo Massimo ( ricostruzione)

Feb 9

Pantheon

Feb 9

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Il Colosseo

Feb 7

Italia Liberty - a cura di Andrea Speziali

Feb 5

La vita di Munch

Feb 5

Gustav Klimt

La Secessione viennese fu un vasto movimento culturale ed artistico che vide coinvolti architetti (Olbrich, Hoffmann e Wagner) e pittori (Klimt, Moll, Moser, Kurzweil, Roller). La Vienna in cui questi artisti si trovarono ad operare era in quel momento una delle capitali europee più raffinate e colte. La presenza di musicisti quali Mahler e Schönberg, di intellettuali quali Freud e Wittegenstein, di scrittori quali Musil, rendevano Vienna una delle città più affascinanti d’Europa. L’aura “biedermeier” di Vienna era tuttavia l’apoteosi di un mondo che stava per scomparire, consapevole della sua prossima fine. Cosa che avvenne effettivamente con lo scoppio della prima guerra mondiale che decretò la dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico.

Questa coscienza della fine, tratto comune a molta cultura decadentista di fine secolo, pone anche la Secessione viennese nell’alveo della pittura simbolista. E tale caratteristica è riscontrabile anche nella pittura di Klimt che rimane il personaggio più vitale ed emblematico della Secessione viennese.

Gustav Klimt nasce il 14 luglio 1862, secondogenito di sette fratelli, in una famiglia della piccola borghesia di Baumgarten, un sobborgo di Vienna all’epoca ancora immerso nella campagna. Infanzia e gioventù dell’artista sono caratterizzate dal periodo di massimo splendore della “Gründerzeit" (periodo storico compreso tra il1871 e il crack della borsa del 1873); sulla Ringstraße sono in costruzione edifici sontuosi. Nonostante le difficoltà economiche, la vita familiare scorre in armonia e i fratelli Klimt rimarranno molto uniti anche in età adulta.


A prezzo di grandi sacrifici, il giovane e dotato Gustav frequenta la Kunstgewerbeschule, il futuro Istituto Superiore di Arte applicata. Ben presto si trova circondato da una schiera di artisti che contribuiscono con la propria opera allo sviluppo degli edifici di recente costruzione sulla Ringstraße. Insieme al fratello Ernst e a Franz Matsch fonda la “Compagnia degli Artisti" che per dieci anni collaborerà alla realizzazione di palazzi, ville, teatri e musei a Vienna e in tutti i territori della "monarchia danubiana".

Alla morte del fratello Ernst, il sodalizio di questo atelier inizia a sciogliersi. Già da tempo Gustav Klimt era cresciuto e si era evoluto, dal punto di vista artistico, per quel che concerneva la decorazione di stampo storicistico degli spazi. Nella Vienna della Jahrhundertwende, la città in cui Sigmund Freud pubblicava le sue opere, anche l’arte è alla ricerca di nuovi percorsi espressivi. Sotto l’influsso del Simbolismo, Klimt aspira a creare un proprio linguaggio artistico che gli consenta di rappresentare i paesaggi dell’anima caratterizzati da visioni oniriche piene di speranza e da sentimenti oscuri e misteriosi.
Nel 1897, Klimt si ritrova improvvisamente con tutti i riflettori puntati addosso. In qualità di presidente della Vereinigung bildender Künstler Österreichs (associazione di pittori e scultori della Secessione austriaca) , è la guida indiscussa a capo dei “secessionisti" che propugnano un rinnovamento in ambito artistico. La Secessione a Vienna diventa l’edifico espositivo del nuovo movimento. È il periodo dei grandi scandali artistici che culmina, nel 1900, con la vicenda dei Fakultätsbilder, gli affreschi realizzati per l’Università di Vienna. Il Fregio di Beethoven, realizzato in occasione della XIV Esposizione della Secessione viennese del 1902, apre la strada a una nuova fase creativo-produttiva, preludio di quell’epoca dell’opera klimitiana i cui tratti caratteristici sono il dominio dell’ornamento e il massiccio impiego dell’oro e che raggiungerà il proprio apice nel dipinto “Il bacio” completato tra il 1907 e il 1908.

Gustav Klimt ha viaggiato molto, ma non volentieri. Si sentiva assolutamente a proprio agio a casa, a Vienna, e sull’Attersee nel Salzkammergut, dove trascorreva tutte le estati. Anche nel 1903 intraprese un viaggio, questa volta in Italia. Klimt, che in un messaggio di saluto a Emilie Flöge già una volta si era lasciato andare all’esclamazione “Al diavolo le parole!”, anche questa volta fu avaro di descrizioni sulle sue impressioni di viaggio. La frase “… a Ravenna tanta miseria - i mosaici di splendore inaudito …” è da ritenersi quindi uno dei commenti più entusiastici sull’arte che sappiamo essere stato pronunciato da Klimt.

All’incontro con le figure dei mosaici bizantini, che sembravano librarsi contro ogni forza di gravità sullo sfondo dorato, seguirono alcuni giorni più tardi le opere dei maestri medioevali a Firenze, a proposito dei quali Klimt, nelle sue lettere, dopo un accenno al tempo pessimo, dichiarò in modo lapidario: “Impressioni artistiche molto forti.” Sarebbero dovuti trascorrere ancora alcuni anni prima che Kilmt fosse in grado di esprimere le proprie impressioni in quel linguaggio che per lui era di una forza e potenza ineguagliate: la sua pittura.

Non aveva necessità di viaggiare per trarre ispirazione dagli antichi maestri. Al Kunsthistorisches Museum di Vienna poté studiare la ricca collezione di opere di Diego Velázquez. Che ammirasse questo artista, si evince dall’osservazione ironica che una volta spiegò così: “Esistono solo due pittori: Velázquez e io.” Nel ritratto di Fritza Riedler riuscì infine a fondere entrambi gli influssi. Per la prima volta, in un quadro di Klimt, prevaleva una superficie dorata chiusa. Iniziava così il “Periodo aureo” della sua opera che avrebbe poi raggiunto il suo apice con “Il bacio”.

Gustav Klimt non ama parlare di sé, rimanda sempre alla propria opera. Nonostante il successo, per tutta la vita rimarrà un insicuro nelle relazioni mondane. Si fa vedere in giro preferibilmente con il tipico abbigliamento blu da pittore, i capelli arruffati e parla il dialetto delle sue origini. Riceve riconoscimenti dalla casa imperiale, ma la nobiltà lo ignora. È il pittore della borghesia in ascesa che Klimt ritrae soprattutto nelle sue figure femminili e molti mecenati ebrei, aperti alle nuove tendenze dell’arte, lo sostengono. Emilie Flöge, che gestisce un atelier di moda, diventa l’amica di tutta una vita per Klimt, che non si sposerà mai e avrà più di un figlio da donne diverse. È sempre Emilie che farà scoprire all’artista il paesaggio intorno all’Attersee, dove egli trascorre le estati, a parte qualche rara eccezione, e crea sorprendenti opere di paesaggio.

Gustav Klimt non si sposò mai e visse con la madre fino alla morte di quest’ultima. È comunque stato oggetto di numerose chiacchiere a Vienna nel periodo a cavallo tra XIX e XX secolo, voci che gli attribuivano relazioni con le sue modelle ma anche con le committenti dei suoi ritratti che erano esponenti dell’alta borghesia. In tutta la città circolavano in continuazione voci sulle relazioni di Gustav Klimt con le sue modelle ma anche con le sue committenti dell’alta borghesia. Quando Klimt fece delle avance alla giovane Alma Schindler, più tardi Alma Mahler-Werfel, e questa iniziò ad accettarle, la storia fece scalpore. Klimt, che aveva accompagnato Alma e la madre Anna insieme al patrigno Carl Moll in un viaggio in Italia, lasciò precipitosamente Venezia facendo rientro a Vienna. Nei confronti di Carl Moll, Klimt si dimostrò pentito e gli scrisse, cosa che certamente sarà costata a Klimt, una lunga lettera in cui avrebbe dovuto spiegare tutto e che di fatto non chiariva nulla. “La signorina”, scrisse nella lettera parlando di Alma, “certamente era a conoscenza di quanto si diceva su di me, sulle mie relazioni, molto di vero, molto di falso, io stesso non so molto di preciso sulle mie relazioni e non intendo nemmeno chiarirmelo - di una cosa sola sono certo: che sono un povero pazzo.” Per farla breve: la situazione tra i due uomini era stata chiarita e Klimt si era riconciliato con Carl Moll. Da questa “riconciliazione” restò però esclusa la sola Alma che si sentì ingannata dal “primo, grande amore” della sua vita. Per questo motivo, Alma segnò con una croce sul suo diario il giorno della riconciliazione tra il patrigno e Klimt e scrisse: “Ha rinunciato a me senza combattere, mi ha tradita.”
Klimt, che nelle fotografie è sempre ritratto avvolto nel suo camice da pittore, simile a una tonaca monastica, e in posa spesso severa e distante, pare abbia avuto 14 figli illegittimi. Oscuro rimane anche il suo rapporto, durato per tutta la vita, con Emilie Flöge, sul quale lei stessa non si è mai apertamente pronunciata. Ciò che però potrebbe essere comunque vero rispetto alle tante voci è che vi sono momenti in cui gli eventi si inaspriscono al punto tale che Klimt stesso dichiara in modo franco e aperto che nemmeno lui ha le idee chiare sulle sue relazioni.

Dopo tredici, intensi anni di attività, innumerevoli trionfi e ostilità, Klimt è vittima di un ictus dal quale non si riprenderà, morendo a Vienna, all’età di 56 anni, il 6 febbraio del 1918. La sua tomba si trova al cimitero di Hietzing. In quello stesso anno moriranno anche i compagni di una vita a lui più vicini artisticamente, come Otto Wagner, Kolo Moser ed Egon Schiele e il 1918 è anche l’anno che segna il definitivo e inesorabile declino della monarchia asburgica.

Feb 5

Vincent Van Gogh

Vincent van Gogh (1853–1890) è uno degli artisti olandesi più famosi di ogni tempo. La sua atti-vità artistica è durata appena dieci anni, dal 1880 fino alla sua morte avvenuta nel 1890.

La sua qualità di lavoratore instancabile e la sua grande passione gli hanno permesso di produrre, in quell’unico decennio, un corpus di opere che potrebbe fare invidia a numerosi artisti molto più longevi. Van Gogh ci ha lasciato più di 840 dipinti e più di 1000 disegni, oltre a molti acquerelli, litografie e schizzi fatti sulle lettere.

Van Gogh scrisse centinaia di lettere al fratello Theo, ad altri parenti e ad amici. Le lettere, oltre ad assolvere un’importante funzione comunicativa, fungevano anche da valvola di sfogo. Attualmente esse sono una preziosa fonte d’informazione per la ricerca storico-artistica; infatti molto di quanto sappiamo della vita dell’artista, del suo retroterra, delle sue letture, di ciò che vedeva e pensava ci è noto grazie alla sua ‘autobiografia’: le lettere.

Come pittore Van Gogh era più che altro un autodidatta, che aveva imparato il mestiere in modo tradizionale con l’aiuto di libri, alcune lezioni seguite presso le accademie di Bruxelles ed Anversa, le visite ai musei e i consigli di amici artisti. Il contatto con le correnti moderne della pittura francese lo spinse ad intraprendere nuovi esperimenti. Nel corso degli anni sviluppò un proprio, unico stile con pennellate espressive e colori limpidi, forti che avrebbe ispirato ed influenzato numerosi artisti delle generazioni seguenti.

Dopo la morte di Van Gogh molti subirono il fascino delle sue opere ma soprattutto della sua drammatica vicenda umana, con i suoi amori infelici, il mancato riconoscimento – secondo quanto l’artista si immaginava– dell’importanza del suo lavoro, la sua malattia ed il suicidio.

Nel 1880 Vincent van Gogh decise di diventare artista: aveva 27 annni e già una serie di occupazioni alle spalle – presso un mercante d’arte, come maestro, predicante laico – che però aveva intrapreso senza alcun successo. Agli inizi della sua carriera artistica si esercitò nel dipingere paesaggi, vedute cittadine e soprattutto nel disegnare da modelli. Abitò a Bruxelles, quindi a Etten (presso i genitori) e dalla fine del 1881 all’Aia, dove fu allievo di Anton Mauve, un suo cugino acquisito. La sua relazione con Sien Hoornik, una donna incinta e già madre di una bambina ma nubile, lo portò tuttavia a scontrarsi sia con i suoi genitori che con Mauve.

Nel settembre 1883 ruppe questo rapporto e partì per il Drenthe con l’intenzione di dipingere il paesaggio ed i contadini al lavoro, ma rimase solamente tre mesi in questa scarsamente popolata regio-ne dell’Olanda settentrionale. La solitudine e la scarsità di materiale e di persone che volessero posare per lui lo spinsero a tornare dai genitori, che nel frattempo si erano stabiliti nel paesetto di Nuenen nel Brabante.

A Nuenen Van Gogh si dedicò a raffigurare tessitori e contadini al lavoro. Come il suo grande esempio, Jean–François Millet (1814–1875), egli voleva rappresentare la vita di questa gente semplice, che lavorava duramente. Fece anche quadri e disegni dei paesaggi nei dintorni in colori scuri, cupi.

Nell’inverno del 1884–1885 Van Gogh dipinse più di 40 studi di teste di contadini e contadine, cercando di coglierne i tratti caratteristici. Questa serie era una preparazione al suo primo grande quadro con figure umane I mangiatori di patate (aprile 1885). L’artista voleva creare un dipinto estremamente realistico della vita contadina, in cui la realtà non venisse idealizzata. Per mostrare la sua abilità, scelse una composizione difficile. L’opera ricevette soprattutto critiche, mentre egli aveva sperato di ottenere il successo.

Allo scopo di perfezionare la sua capacità di ritrarre figure umane, verso la fine del 1885 Van Gogh si recò ad Anversa, dove studiò per qualche mese all’accademia. Le lettere del fratello Theo, che lavorava da alcuni anni come mercante d’arte a Parigi, risvegliarono sempre più la sua curiosità per i recenti sviluppi della pittura, tanto che dopo l’inverno Van Gogh partì per la capitale francese.

Il periodo parigino di Van Gogh è contrassegnato dallo studio, dal rinnovamento e dalla sperimentazione. Dalla primavera del 1886 abitò presso il fratello a Montmartre, nel quartiere degli artisti. Nell’atelier del pittore francese Fernand Cormon fece per alcuni mesi studi di statuette in gesso e disegni di nudo e di modelli. Lì incontrò giovani artisti come Paul Signac e Henri de Toulouse–Lautrec che condividevano i suoi ideali.

Nei due anni che trascorse a Parigi, Van Gogh dipinse ben 27 auto-ritratti. Non avendo denaro per pagare i modelli, utilizzò il proprio viso per sperimentare con il colore e la tecnica. Sotto l’influenza della pittura neoimpressionista, in quel periodo componeva i suoi quadri con piccoli tocchi e tratti di pennello in colori chiari, brillanti.

Anche le xilografie giapponesi che l’artista collezionava furono un’importante fonte d’ispirazione. In qualche dipinto Van Gogh ha copiato queste stampe mentre in altre opere la loro influenza è riconoscibile nella particolarità della composizione, nei colori forti e nei contorni marcati.

La stanchezza della febbrile vita parigina e il desiderio di calore e tranquillità spinsero Van Gogh a trasferirsi nel febbraio 1888 ad Arles, una cittadina nel meridione francese. In questo luogo il pittore si lasciò ispirare dal paesaggio e dalla luce del sud e – come durante il suo periodo olandese – dalla vita in campagna. Dipinse gli alberi da frutto in fiore ed i campi di grano appena fuori città. Intanto continuava a coltivare l’ambizione di diventare un vero pittore di figure umane ed ad Arles trovò, dopo qualche ricerca, persone disposte a posare per un ritratto.

Nella ‘Casa gialla’, che aveva affittato dal maggio 1888, Van Gogh intendeva fondare una colonia di artisti assieme all’amico Paul Gauguin e ad altri pittori. Per decorare la casa dipinse vari quadri, tra cui le famose nature morte con girasoli. Dopo molte insistenti richieste Gauguin arrivò in ottobre, ma ben presto nacquero degli attriti e alla fine dicembre ebbe luogo un drammatico litigio in cui Van Gogh minacciò l’amico con un coltello ed immediatamente dopo, in un attacco d’ira, si tagliò un pezzetto d’orecchio. L’artista crollò e per ristabilirsi dovette essere ricoverato nell’ospedale di Arles. Più tardi si saprà che Van Gogh soffriva di una forma di epilessia.

Dopo ripetuti attacchi della sua malattia Van Gogh decise nell’aprile 1889 di farsi ricoverare nell’ospedale psichiatrico di Saint–Rémy, una cittadina vicino ad Arles. Il medico che lo ebbe in cura gli permise di continuare a lavorare. Van Gogh disegnò e dipinse il mondo che per lui era accessibile in quel momento: i corridoi, le sale ed i pazienti dell’istituto, il giardino e la vista dalla sua finestra. Quando il suo stato di salute lo consentiva, poteva anche lavorare fuori dall’ospe-dale. Così nacquero i paesaggi con cipressi ed alberi d’olivo, in pennellate vivaci che rendono l’idea di movimento. La tavolozza che impiegò era generalmente composta da tinte più morbide, più smorzate di quelle adoperate nei dipinti fatti ad Arles.

Quando non si sentiva abbastanza in forze per lavorare all’aperto, Van Gogh si concentrava su altri soggetti: studiò riproduzioni di famosi maestri come Millet, Rembrandt e Delacroix. Copiò queste stampe nel suo stile personale e con la sua tavolozza di colori. Tra gli attacchi del suo male ebbe periodi estremamente produttivi, in cui dipinse capolavori come Campo di grano con mietitore e Natura morta con iris.

Van Gogh voleva lasciare l’ospedale psichiatrico e desiderava ardentemente dirigersi verso il nord. Nel maggio 1890 si stabilì a Auvers– sur–Oise, un paese di artisti vicino a Parigi. Lì fece conoscenza con il dottor Gachet, un medico che dipingeva e collezionava opere d’arte. I due uomini fecero amicizia e Gachet aiutò Van Gogh, quando era necessario, con consigli medici e gli insegnò la tecnica dell’acquaforte mentre Van Gogh, per sua parte, fece diversi ritratti dello stravagante amico e della figlia di lui.

Van Gogh era molto entusiasta del suo nuovo ambiente: ‘[…] è veramente molto bello, è proprio la campagna, caratteristica e pittoresca’, scrisse in una lettera a Theo. Ispirato dai vigneti, dalle vecchie case con il tetto di paglia e dai campi di grano fece in breve tempo numerosi dipinti e disegni, di cui un paio di paesaggi di formato largo come il Campo di grano con corvi rappresentano il culmine.

Nonostante la sua produttività ed i primi riconoscimenti ottenuti dalle sue opere, Van Gogh fu spesso molto abbattuto nel corso delle ultime settimane di vita ad Auvers. Theo, che con il suo stipendio manteneva la propria famiglia, il fratello e la madre, stava considerando la possibilità di licenziarsi ed iniziare un’attività in proprio. Vincent temeva un futuro incerto per tutti loro e scrisse a Theo di sentirsi un peso, per lui e per la sua famiglia.

Il 27 luglio 1890 Van Gogh si sparò al petto e morì due giorni dopo per le ferite riportate. Theo era presente alla sua morte. Sarebbe morto anch’egli sei mesi più tardi. I fratelli sono sepolti l’uno accanto all’altro nel cimitero di Auvers–sur–Oise.

http://www.vangoghmuseum.nl/vgm/index.jsp?page=18327&